Sussidiario

Regole di scrittura

Alfabeto

Le lettere utilizzate sono le 21 dell’alfabeto italiano, con l’aggiunta della lettera J a rappresentare il suono del dittongo ii

Vocali mute

Caratteristica del dialetto torrese è lo scarso uso delle vocali che rende il nostro dialetto meno sonoro e meno dolce non solo dell’italiano, ma anche di altri dialetti di paesi vicini.

Ma la vocale c’è, solo che essa non viene pronunciata (è muta).

Nella scrittura la vocale muta è rappresentata da un apostrofo segnato tra due consonanti.

La vocale finale, analogamente a quasi tutti i dialetti meridionali, è sempre muta.

La vocale di fine parola viene pronunciata solo è accentata: e questo capita nei verbi (magnì, sciò, arr’ndrà) e in poche altre parole ( es. cafè, cumò, cummù).

Nel torrese scritto, la vocale muta di fine parola non viene scritta.

Se si tratta delle vocali i ed e, esse sono mute anche se si trovano nel corpo della parola e non sono accentate. In tal caso esse sono sostituite da un asterisco che ne indica la presenza e aiuta a pronunciare distintamente le due consonanti tra le quali la vocale muta è compresa.

Esempio:  s’parà ( separare) che è diverso da sparà ( sparare)

Le altre vocali ( a, o ed u) sono mute solo se si trovano a fine parola

Caso particolare. Quando la parola è seguita da altra parola, e la vocale finale è una a, la vocale finale viene pronunciata e scritta.

Esempio:

le parole cas ( casa) e bell (bella) diventano; casa bell ( recupera la a di cas)bella cas ( recupera la a di bell).

Dimm quann(dimmi quando) diventa quanna vù (quando vuoi) con quann che recupera la a finale perché seguita da .

Non sono rare le parole per la cui pronuncia si utilizzano solo consonanti ( es. p’n’c’ll’n- penicillina)

Suoni particolari

Nel dialetto parlato sono presenti alcuni suoni (riferibili soprattutto al dialetto napoletano) non riconducibili direttamente alle lettere dell’alfabeto italiano. Per essi è stato necessario ricorrere ad alcuni accorgimenti per rappresentarli in forma scritta utilizzando le lettere dell’alfabeto italiano.

  1. Doppia i ( j) :

In linea generale si tratta del suono derivante da un dittongo in cui la prima vocale è la i e la seconda è una vocale muta. La doppia ii viene scritta ricorrendo alla lettera j.

Esempi:

carastj (Ital. carestia) è l’equivalente dell’abruzzese  carastie ove la e è muta (e non scritta) perché vocale finale, e la i è (appena) pronunciata perché su essa cade l’accento.

guàrdj (guardia)  è l’equivalente dell’abruzzese  guardie ove la e è muta (e non scritta) perché vocale finale e la i è anch’essa muta (perché interna alla parola e non accentata).

lambadàrj  (lampadario) è l’equivalente dell’abruzzese lambadarie ove la e è muta(e non scritta) perché vocale finale e la i è anch’essa muta (perché interna alla parola e non accentata).

       2. Il suono chj :

Suono particolare del Torrese ( comune a tutti i dialetti meridionali e assente nella lingua italiana) è quello rappresentato dalla sillaba chj seguita da altra vocale (chja, chie, chjo, chju).

Esse traducono generalmente le sillabe chia/chio/chiu/chie e le sillabe pia/pie/pio/piu delle corrispondenti parole italiane ( esempi: chjamà=chiamare, chjuttost=piuttosto).

In pratica nel dialetto torrese il suono gutturale delle sillabe chia/chie/chio/chiu  e il suono labiale delle sillabe pia/pie/pio/piu vengono sostituite dal suono semidolce chj che si ottiene ponendo la lingua contro il palato.

Per spiegare (a chi parla torrese) la differenza tra i due suoni basta pensare alla differenza di pronuncia tra la parola chin (corrispondente all’italiano cani, plurale di cane) e chjn (corrispondente all’italiano “adagio”)

Esempi: chjov ( piovere), chjuv ( chiodo), chjgn ( piangere) chjamà (chiamare), àcchj (composizione di 10 govoni di grano), cacchj’ (germogliare)

       3. Il suono sc e il suono scc :

Nel dialetto torrese, oltre al suono normale/dolce della sillaba sc (seguita da una e o una i), esiste un altro suono molto simile ad esso, ma pronunciato in modo rafforzato, come fosse una sc doppia, rappresentata dalla sillaba scc.

Per spiegare (a chi parla torrese) la differenza tra i due suoni basta pensare alla differenza di pronuncia tra la parola casc (corrispondente all’italiano cacio/formaggio)  e la parola cascc (corrispondente all’italiano “cassa”)

E così in torrese per dire corrente d’acqua si dice ( e scrive) la scem, per dire scemo usi dice ( e scrive) lu sccem.

La sillaba “doppia”scc può essere seguita solo da vocale e ( es. casccèun– cassone-) oppure i ( pascciun– bastoni per pascolo-)

          4.Il suono di c e g a fine parola :

Le lettere c e g, in italiano, se seguite dalla vocale e oppure i, hanno un suono dolce; se seguite dalla vocale a, o oppure u hanno suono gutturale.

Lo stesso vale per il dialetto torrese, se la sillaba si trova all’interno della parola.

Se invece la sillaba si trova a fine parola, poiché l’ultima vocale non viene scritta (nè pronunciata) il suono gutturale della sillaba viene rappresentato con ch e gh ( esempi: purch-purchcàr’ch– carico, targhtarga).
Il suono dolce viene invece  rappresentato con le lettere c e g.  ( es. purc-porci, calg-calce)

         5.Il suono st :

Analogamente a tutti i dialetti meridionali, il suono st nel dialetto torrese si arricchisce, in fase di pronuncia, di una c, diventando in pratica sct.

Poiché non ci sono casi di pronuncia differenziata, anche nel dialetto torrese si scrive st ferma la pronuncia sopra specificata di sct.

Questa è una delle poche eccezioni alla regola generale in base alla quale

lu turres: z’ scr’v coma z’ parl, z’ legg coma z’ scr’v

 

      6. Il suono nt, nc, mp 

Nel torrese, come in genere nei dialetti meridionali (ma anche nella parlata dell’italiano da parte di meridionali) le consonanti “sorde” (c,p,t)  quando sono precedute dalla consonante n o dalla consonante m, vengono pronunciate rispettivamente come g, b e d ( consonanti sonore) e cosi:

      • ancora si pronuncia angora
      • cancello si pronuncia cangello
      • campare si pronuncia cambare
      • antenna si pronuncia andenna

Nel dialetto torrese, volendo rendere la scrittura della parola del tutto simile alla sua pronuncia, le coppie di consonanti nc, mp e nt non sono previste: al loro posto ci sono sempre ng , mb  nd.

Nel vocabolario torrese si troverà pertanto:

    • angor in corrispondenza dell’italiano ancora
    • cangill in corrispondenza dell’italiano cancello
    • cambà in corrispondenza dell’italiano campare
    • andenn in corrispondenza dell’italiano antenna

Dittongo e iato

Discorso particolare meritano le composizioni di due vocali (dittongo se si pronunciano con un’unica emissione di suono -es.uast, ierv-, iato se le due vocali vengono pronunciate separatamente -es. tàurr, pruenn, fìus).

Nel caso in cui delle due vocali componenti lo iato, la prima è accentata, generalmente lo iato si trasforma in vocale unica se la parola è seguita da altra parola.

Es.

  • càurz ( corsa) diventa corza cambestr ( corsa campestre), recuperando anche la a finale, àurz (orso) diventa orz màscul (orso maschio),
  • tàurr ( torre) diventa torra ald (torre alta) recuperando anche la a finale

    fìun(fune) diventa funa longh ( fune lunga) recuperando anche la a finale

  • scìium (fiume) diventa scium largh (fiume largo)

Nel dizionario Torrese/Italiano, nelle NOTE,  è riportata l’eventuale trasformazione della parola quando è seguita da altra parola

Apostrofo

Nel torrese scritto il segno dell’apostrofo può trovarsi

  • Tra una consonante e una vocale (come in italiano), segno di una vocale finale di una parola “sacrificata” a favore di una vocale iniziale della parola successiva (es.l’àrj– l’aria.,  l’òmm’n– l’uomo) .
  • Tra due consonanti, segno di una vocale “muta” quasi sempre una e oppure una i (es. s’par –separo-, tàv’l-tavolo-)

Accento

Analogamente all’italiano, anche nel Torrese, l’accento viene segnato solo sulle vocali e solo nelle parole tronche, sdrucciole e bisdrucciole.

Non è segnato l’accento nelle parole piane ovvero quelle nelle quali l’accento cade nella penultima sillaba.

A tal fine c’è da considerare che nel torrese l’ultima sillaba è quella comprendente la vocale muta finale

Le possibili situazioni possono essere pertanto le seguenti:

  1. parola tronca: accento sulla vocale della sillaba finale; si tratta quasi sempre di verbi all’infinito (magnì, vallà, cusciò, sciùulì)
  2. parola piana: l’accento cade sulla vocale della penultima sillaba, ma non è segnato ( parol, cap’tan, estr=estro)
  3. parola sdrucciola: l’accento cade sulla vocale della terz’ultima sillaba, ed è segnato (càm’sc=camice èst’r = estero)
  4. parola bisdrucciola: l’accento cade sulla vocale della quartultima sillaba ed è segnato (càp’t’n= càpitano)

Nel caso di monosillabi con vocale non muta, la presenza dell’accento serve per indicare che si tratta di un verbo al tempo infinito o alla terza persona singolare indicativo presente. es: = dare oppure dà, da= da; stà= stare oppure stà, sta= questa

Nel caso di parole uguali si usa l’accento per la parola che non ha plurale. (Es. mèl= miele, mel=melo). Nel caso di lettere maiuscole i segni dell’accento e dell’apostrofo appaiono uguali, ma confusione non dovrebbe esserci poiché:

  • Se cade sulla vocale si tratta di accento (non più di un segno per parola)
  • Se cade tra una consonante e una vocale, oppure tra due consonanti si tratta di apostrofo e segna la presenza di una vocale “sacrificata” (anche più segni nella stessa parola)